La cultura hentai

La rivista “GX Magazine” pubblicò un mio articolo dedicato alla cultura giapponese e alla controversa cultura hentai. Lo ripropongo qui di seguito, sicuro che possa essere utile per fare chiarezza su un tema così dibattuto. In proposito si ringrazia per la gentile collaborazione Francesco Fondi, editor della rivista “GX Magazine”.

Cfr. Cristiano Martorella, Cultura hentai, relativismo e politica sessuale, in “GX Magazine”, n.24, giugno 2007, pp.25-33.
 

Cultura hentai, relativismo e politica sessuale
di Cristiano Martorella
 
Ormai espressioni come cultura otaku, cultura kawaii, e perfino cultura hentai, sono tanto diffuse in Occidente da essere già note ai lettori appassionati del genere. Anche gli studi accademici e le pubblicazioni scientifiche hanno adottato questa terminologia che qualche decennio fa sarebbe stata considerata ridicola. Tuttavia, dopo questa premessa, si deve aggiungere che le valutazioni sulla cultura otaku, e in particolare del genere hentai, restano ancora controverse. La mancanza di una valutazione unanime è causata soprattutto dalle enormi differenze di interpretazione del fenomeno otaku. Il problema nasce dalla mancanza di chiarezza su chi sia e cosa faccia l’otaku. Gran parte della stampa ha sempre definito gli otaku come perditempo, fissati, un po’ maniaci, esagerando platealmente i beceri luoghi comuni. Poi sono arrivati artisti come Murakami Takashi e Nara Yoshitomo, che esponendo opere esplicitamente ispirate alle forme artistiche degli otaku hanno infranto un muro di pregiudizi. Murakami Takashi si è addirittura spinto oltre, emulando chiaramente l’arte hentai. L’opera intitolata Hiropon mostra l’immagine di una ragazza in stile manga che si stringe due immensi seni che spruzzano latte. Sembra l’interpretazione letterale del termine hentai che nel senso originale significa anormale.
Ciò che emerge in modo inequivocabile è il fatto che una definizione univoca del termine otaku non è possibile e mai potrà esserlo perché abbraccia manifestazioni ed espressioni differenti di una moltitudine non omogenea che si ispira a manga e anime. Accettando questa considerazione si possono evitare tutte le tipologie false e fuorvianti che sono state inventate da sociologi e psicologi disinvolti, e procedere oltre con un’analisi più aderente alla realtà.
     Per fornire un quadro definitivo, o almeno meno lacunoso, sulla cultura hentai dobbiamo rispondere a due domande essenziali. La cultura hentai è un fenomeno tradizionale o postmoderno? La cultura hentai è deviante ed eversiva oppure costruttiva? Le domande sono volutamente estreme, ma sono ciò che si chiederebbe un osservatore neutrale interrogandoci sulla questione. Incominciamo col primo quesito. La cultura hentai è in opposizione con la cultura tradizionale? La risposta è assolutamente negativa. La cultura hentai è la prosecuzione di forme espressive nate in epoche diverse durante lo sviluppo della cultura giapponese. Uno studio accurato della produzione erotica giapponese ci fa scoprire che le stampe shunga prosperarono in epoca Edo (1600-1867) grazie alla diffusione di una ricca narrativa libertina. Infatti i Koshokumono (racconti libidinosi) includevano stampe monocromatiche che si sono poi evolute nelle stampe erotiche ben note a tutti. Questo era il caso delle opere di Ihara Saikaku (1642-1693), come Cinque donne amorose (Koshoku gonin onna,1686) e Vita di un libertino (Koshoku ichidai otoko, 1682). Anche le forme estreme della sessualità, come bondage e sadomasochismo, sono state rappresentate con finezza dal pittore Katsushika Hokusai (1760-1849) nelle sue stampe. Indimenticabile è l’opera intitolata Sogno della moglie del pescatore, dove si anticipa il genere dei tentacoli mostruosi con la raffigurazione di una donna nuda avviluppata da una piovra immensa. Questa documentazione, che è straordinaria sia per quantità sia per qualità, dimostra in modo inequivocabile la continuità della cultura giapponese. Rispondiamo allora al secondo quesito. La cultura hentai è deviante ed eversiva oppure costruttiva? La cultura hentai è stata descritta come opposizione alla cultura egemone da quei saggisti che dovevano sostenere ad ogni costo una tesi pregiudiziale. In realtà chi legge un bishoujo manga, guarda un anime hentai o un pink eiga, lo fa per divertimento, e certamente non ha l’intento di partecipare a una presunta “rivoluzione”. Tuttavia la cultura hentai è divenuta eversiva, o così appare, a causa dell’insostenibile repressione esercitata contro di essa. Non si può nascondere che le opere e gli autori hentai, sia in Italia sia in Giappone, non godano in generale di una buona reputazione. Purtroppo l’apprezzamento rimane limitato a un ristretto gruppo di appassionati che ha abbattuto pregiudizi e ignoranza. Ci accorgiamo allora che per rispondere al secondo quesito dobbiamo capire che cosa c’è di diverso nella cultura hentai rispetto alle altre manifestazioni della sessualità presenti nella nostra società. La risposta è banale ma inquietante. Nell’hentai non c’è alcunché di diverso. Analizzando le opere hentai ci accorgiamo che si fa uso di temi già presenti nella nostra cultura. Perfino le forme più estreme della sessualità sono indicate come sadismo e masochismo ossia parole che nascono dal nome di celebri scrittori occidentali: Sade (1760-1814) e Masoch (1836-1895).
     Se l’hentai non presenta temi che non siano già stati affrontati in Occidente, perché averne paura? Per quale motivo temerlo tanto da indicarlo come devianza e sovversione? La risposta autentica è difficile da accettare. L’hentai fa paura perché è il prodotto di un’altra cultura. Così la sessualità, già ampiamente normalizzata dalla commercializzazione dell’eros, rischia di ritornare ad essere eversiva unendosi a una matrice culturale differente. Forse è questo che si teme? Indubbiamente ci sono molte esagerazioni, a volte perfino isterismi, nei confronti di tutto ciò che è giapponese. Risulta difficile distinguere le fobie dai fenomeni reali. In questo caso la distinzione è ancora più difficile, ed è sufficiente una lettura dei saggi dedicati all’argomento per accorgersi in quale guazzabuglio ci troviamo. Molti sociologi  hanno contribuito notevolmente ad alimentare i pregiudizi sui manga hentai con analisi infarcite di errori e considerazioni fuorvianti. Fra le inesattezze e gli equivoci sostenuti c’è il pregiudizio che i manga hentai siano disegnati soltanto da uomini e per uomini. Questo è assolutamente falso. Le più brave autrici del genere bishoujo manga, un genere indubbiamente erotico, sono state donne. Ci sono poi i ladies comics, fumetti per donne adulte con forti contenuti sessuali, dove le autrici hanno creato un genere e aperto il settore a nuove possibilità. Non bisogna nemmeno dimenticare gli shonen ai, e tutte le riviste (come la famosa Juné) scritte soprattutto da autrici femminili. Quindi la fisima che i manga erotici siano scritti soltanto da uomini è un becero pregiudizio che sottovaluta la creatività femminile e la vorrebbe emarginare. Si rileva così che l’hentai nei suoi aspetti più creativi ed emancipati subisce l’ignoranza più gretta. Viceversa gli autori e le autrici di hentai hanno smosso con la loro fantasia un ampio settore editoriale. Dal punto di vista narrativo e grafico, insomma artistico, non c’è dubbio circa l’importanza e la vastità del fenomeno. Tanto che la cultura hentai costituisce un fenomeno unitario nella cultura giapponese, sfociando anche nelle espressioni d’arte accademiche come nel caso del fotografo Araki Nobuyoshi. Un’analisi più approfondita mostra come le tendenze e le mode, dalla musica all’abbigliamento, risentano dell’influenza della cultura hentai nelle forme più morbidi e dolci del kawaii. Ciò è innegabile. Quindi è fuorviante e privo di senso parlare ancora di subcultura o sottocultura nei riguardi di un fenomeno tanto pervasivo. Piuttosto rimane irrisolto il problema della contestualizzazione e interpretazione della cultura hentai. Oggi la cultura hentai mina le certezze dell’uomo occidentale. Emerge la difficoltà di attualità scottante che imprigiona il pensiero contemporaneo nelle categorie anguste e ristrette del dualismo. Soprattutto rimane l’incapacità di concepire la diversità come qualcosa dotato di proprie caratteristiche, invece di considerarla come ciò che si oppone e contrasta. Le motivazioni di questa incapacità non sono razionali, ma affondano nella paura istintiva e inconscia per tutto ciò che è diverso. La cultura hentai è straniera, e anche strana. La sua “estraneità” giustifica agli occhi degli ingenui ogni tipo di condanna. Da ciò scaturisce il valore etico della cultura hentai promotrice del pluralismo e della molteplicità espressiva, e infine sostenitrice della libertà sessuale. La libertà sessuale che è un valore imprescindibile per le nuove generazioni.   
 
 
Bibliografia
 
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Rossetti, Gabriele, Japan underground, Castelvecchi, Roma, 2006.
Posocco, Cristian, Mangart. Forme estetiche e linguaggio del fumetto giapponese, Costa & Nolan, Milano, 2005.

     
Articolo pubblicato dalla rivista “GX Magazine”. Cfr. Cristiano Martorella, Cultura hentai, relativismo e politica sessuale, in “GX Magazine”, n.24, giugno 2007, pp.25-33.

 

La cultura hentaiultima modifica: 2009-01-11T11:03:40+01:00da yamatologo
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